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Tatiana Festi racconta a Tafter la sua opera per “Actions: art, culture, generation”: un treno, il Minuetto, che non solo collega Trento alla Valsugana ma avvicina l’arte al territorio e ai suoi abitanti. Una creazione che interpreta il Trentino come zona di incontro e confronto, di confine e di transito…

Dal 10 luglio al 21 settembre 2008 Lei partecipa ad un parallel event di Manifesta 7 all’interno di un progetto tutto al femminile. Si tratta di “Actions: art, culture, generation”, nato dal confronto generazionale e interculturale fra artiste locali, nazionali e internazionali per una esplorazione dell’intero territorio geografico trentino. È stata selezionata dalla curatrice dell’evento, Giorgia Lucchi, per la realizzazione della sua opera site-specific per interpretarne la peculiarità del Trentino quale terra di incontro e confronto, oltre che di confine e di transito. Lei cosa ha proposto e con quale scopo?
In occasione della rassegna “Actions” mi è stato inizialmente commissionato l’”adattamento” artistico del  treno Minuetto, che collega Trento alla Valsugana, utilizzato per condurre i visitatori lungo il percorso artistico che è, come ben noto, dislocato in tre differenti location regionali. Sul Minuetto ho installato dei grandi adesivi che si aprono e si chiudono ad ogni stazione, che raffigurano figure di donne, per ironizzare su una certa forma di esibizionismo. A Trento, invece, alla Galleria d’arte Boccanera, ho esposto delle “Tettine” di das. La scelta è derivata dalla mia attuale ricerca artistica legata a modelli sociali di una femminilità votata alla ricerca della perfezione. Questo interesse si è sviluppato negli anni, per via delle mie personali esperienze e delle donne che ho conosciuto. Anche i mass media hanno influito notevolmente. La mia generazione infatti è stata molto influenzata dalla televisione, dallo stile di vita consumistico che propone. Nonostante una presunta emancipazione della donna, ancora molti sono i preconcetti che permangono, pur se in forme differenti, ed i pregiudizi che la ingabbiano in modelli stereotipati. Anche il Trentino, benché terra di transito e scambio, spesso è un territorio chiuso che ha ancora bisogno di aprirsi al mondo per crescere veramente sia a  livello sociale che culturale.

Lei è appunto un’artista trentina che sta muovendo i suoi passi nel campo artistico in un momento in cui la sua regione sta dando molto spazio alle politiche culturali, all’arte in particolare, a partire dal Mart di Rovereto fino all’ultima iniziativa di Manifesta. In che termini pensa che la cultura possa essere una leva importante per la valorizzazione di un territorio?
Gli investimenti culturali toccano un territorio su diversi livelli e sono essenziali per il suo sviluppo. A parte il ritorno economico, che è generalmente l’obiettivo più ambito, è l’impatto “intangibile” sul territorio ad essere più importante. Gli eventi culturali creano incontro, movimento, apertura di un luogo verso l’esterno, verso il resto del mondo. La nascita di un nuovo spazio culturale o anche di un semplice evento artistico, più che per gli artisti partecipanti e per gli addetti ai lavori, rappresenta un beneficio per la comunità che lo ospita, che ne è protagonista. Un territorio che non si proietta verso l’esterno rischia di diventare sterile, ottuso, addirittura “presuntuoso”. La cultura stimola la riflessione e la ricerca di senso,  innescando un circolo virtuoso di cultura, desiderio, crescita… e una maggior comprensione per il punto di vista degli “altri”.

Pensa che l’arte abbia una responsabilità etica e sia uno strumento di sensibilizzazione sociale?
Credo che l’arte abbia una responsabilità etica e “possa” essere uno strumento di sensibilizzazione, ma non credo che sia un suo specifico dovere far presente quali sono i mali del mondo. L’arte manda dei messaggi più o meno evidenti e più o meno consapevoli di qual è la realtà dell’uomo. Spesso lascia intravedere anche  possibili scenari futuri, ma poi tutto dipende da come il fruitore recepisce il messaggio. In sostanza l’artista è inevitabilmente influenzato dalla realtà che lo circonda, mentre è più difficile il contrario.

Che ne pensa di Manifesta e della formula innovativa di questa edizione?
Credo che l’aspetto itinerante di Manifesta 7 si adatti benissimo alla storia e alla cultura di questo territorio che è sempre stato un luogo di confine, di transito e quindi di scambio. Questo permetterà davvero di toccare il maggior numero di persone possibile, grazie anche ai numerosi eventi paralleli, come performances, mostre, concerti eccetera. Credo sarà un evento memorabile per il Trentino, una festa per tutti.

Cosa ha offerto la sua terra, l’Italia  e cosa l’estero alla sua formazione? Quale è stato il suo percorso? 
L’Italia è stato il paese della mia formazione, non avendo avuto fino ad ora la possibilità di viaggiare molto.  Ho cominciato il mio percorso artistico frequentando l’Istituto d’arte di Rovereto negli anni Novanta. Da allora, a Rovereto e in Trentino, molto è cambiato per ciò che riguarda la cultura e l’arte, soprattutto da quando c’è il Mart. Quando, dopo le superiori, sono andata a studiare a Milano ho incontrato tutt’altro mondo rispetto a quello statico e chiuso al quale ero abituata. Ho potuto vedere cose, per ciò che riguarda l’arte contemporanea, di cui non avrei potuto immaginare l’esistenza. Si è aperto un nuovo mondo davanti ai miei occhi,  che inizialmente mi ha lasciata disorientata, e solo successivamente mi ha fatto capire quanto si può essere liberi nella propria espressione, soprattutto conoscendo i mezzi e gli strumenti adatti. È chiaro che lo stile di vita di una grande città si discosta totalmente dalla vita di provincia. La città offre esperienze essenziali per un’artista che, per quanto sia sensibile e ricettivo, ha bisogno di stimoli e conoscenza. Quando sono tornata, comunque, anche qui la realtà ha iniziato a cambiare grazie all’interessamento della Galleria Civica di Trento e a numerose gallerie private, e Manifesta ne è l’esempio più eclatante. Certo anche i sistemi di comunicazione sono cambiati in modo repentino e anche questo ha aiutato.
Amo viaggiare e spero di poterlo fare molto in futuro, ma sono molto felice che l’arte e la cultura stiano acquistando un posto di rilievo anche qui dove vivo.

Qual è il pubblico al quale si rivolge con le sue opere? Pensa esista un  peculiare “pubblico dell’arte”?
Le mie opere non si rivolgono ad un pubblico particolare. L’arte è lo specchio delle diverse realtà che ci circondano, è un mezzo di comunicazione libero sia per chi produce che per chi guarda. L’espressione non deve avere vincoli o obblighi,  non si può raggiungere tutti. Esiste, ovviamente  un pubblico che si interessa maggiormente all’arte, e che fa dell’arte il centro della propria vita, ma non è detto che sia sempre il pubblico più adatto.  Il pubblico dell’arte, se da un lato ha gli strumenti per “capire”, “apprezzare” (o “disprezzare”), questi stessi strumenti, a volte, possono imbrigliarlo non lasciandogli lo spazio per farsi coinvolgere emozionalmente da quella che è l’essenza dell’arte cioè la primaria forma espressiva dell’animo e dell’intelletto umano, nel senso più primitivo.

Crede che esistano dei “luoghi dell’arte”? Quali sono secondo lei?
Penso che ormai sia evidente a tutti che ogni luogo è un potenziale “luogo dell’arte”. Credo che il fatto che l’arte sia uscita fuori dai suoi luoghi deputati per appropriarsi  delle strade, dei muri, dei luoghi di frequentazione quotidiana, sia una cosa fantastica che crea dinamismo culturale, stimoli a diversi livelli e infinite possibilità d’espressione.