“Bella iniziativa! sono passato una sera nella piazzetta, sembrava di essere in un paesino, non credevo ci potessero essere cose così a Bologna!” ammette un passante.
Poco più in là dai riflettori della ribalta delle grandi fiere di settore e da quelli di Robert Kennedy III, che a Bologna gira il suo film “Ameriqua”, svoltando in una strada del centro storico meno conosciuta, come via Centotrecento, scopriamo che un gruppo di creativi propone un progetto di architettura condivisa, che ha acceso l’entusiasmo degli abitanti, anche quelli che all’inizio sembravano più restii o comunque poco interessati. Gli architetti Britta Alvermann e Stefano Reyes, ideatore del progetto, si alternano nelle risposte ed illustrano il progetto.

In concreto, cosa avete realizzato?
Abbiamo tolto due posti auto e sostituiti temporaneamente con quello che abbiamo  ribattezzato un “luogo di sosta pedonale”, con un pizzico d’ironia in risposta ai  luoghi di sosta per le auto. In questo spazio di 10 x 2 abbiamo allestito una  piazzetta, dove sono state installate panchine e tavoli, insieme ad altre strutture utili  alla vita all’esterno.

Come nasce questo progetto?
L’idea è stata di riattivare la nozione di vicinanza ed il valore del vicinato. Il che da  un punto di vista architettonico non richiede una capacità approfondita dello studio  dell’architettura come strutture complesse, quello che invece risulta fondamentale è  una sensibilità rispetto all’uso dello spazio pubblico.
La necessità iniziale era quella di dare un supporto agli abitanti ed uno strumento  per utilizzare lo spazio “pubblico”, lo spazio “aperto”, anche solo per prendere il sole  o per fare due chiacchiere con un vicino. Successivamente si è configurata come  risposta all’assenza totale di panchine e, più in generale, di spazio condiviso nella  città. Ci siamo incontrati intorno allo Urban Center di Bologna (centro di  comunicazione con cui la città di Bologna presenta, discute, indirizza le proprie  trasformazioni territoriali e  urbane) su un progetto che avevo esposto come esempio di metodologia progettuale e dal quel momento è nato il gruppo che ora è  divenuto l’associazione “Centotrecento”, che ha iniziato a lavorare sull’omonima  strada.

L’associazione Centotrecento è formata, oltre dagli architetti Britta Alvermann e Stefano Reyes, dagli architetti Federica Benatti e Camilla Sanguinetti, insieme al grafico Lorenzo Sammartino.
Come spiegano Britta e Stefano, bisogna intendere un “luogo di sosta pedonale” come una “piazza di vicinato”, il “salotto” allargato di una casa, un “giardino comune”, un “luogo d’incontro”, un “piccolo teatro”, uno “spazio per giocare” o “per stare tranquilli”.

In sostanza, a cosa serve?
A stare insieme ad altra gente, a stare all’aria aperta, a fare amicizia, a conoscere  chi abita intorno a noi, a riposarsi di ritorno dal lavoro o dalla spesa, ad aumentare  la sicurezza della strada, a mangiare fuori da soli o con altre persone, a fare la cena  di condominio, a prendere il sole, a prendersi una pausa, studiare, giocare a  scacchi, carte o ad altro, proiettare un film, fare musica o teatro, ballare (come ha  ben dimostrato la prima fortunata prova di questa “micropiazza” dal 6 al 13  settembre, che ha registrato un ricco calendario di occasioni d’incontro,  condivisione e socialità, la maggior parte delle quali spontanee, tanto che su  richiesta degli abitanti è stata nuovamente allestita in forma temporanea dal 26  settembre al 10 ottobre, sempre in via Centrorecento).

Assolutamente però ci invitano a non confondere questo “luogo di sosta pedonale” con un “dehor”, un’ “attività commerciale” o un “luogo privato”. Si tratta di uno spazio “pubblico” che ciascuno può usare “a proprio piacimento”, “si può riempire con le proprie idee”, ma sempre “prendendosene cura”, cioè “se si sporca, si pulisce”, si deve “usare responsabilmente”, si può perfino “adottare” e può “cambiare strada”.
Infatti, quello di via Centotrecento è solo il prototipo per una futura “rete di micropiazze”, che i progettisti sperano di poter realizzare stabilmente in tutta la città, con l’appoggio del comune, dei quartieri e soprattutto degli abitanti, perché “a loro rivolgiamo il nostro servizio”.

Una nota urbanista come Jane Jacobs parlava di ‘vicinati efficienti’, penso sia una definizione che si adatti bene per definire e riassumere il vostro progetto. Quali vantaggi ha la collettività?
Intanto ringrazio la Jacobs, perché ha dato molto spessore teorico a cose che  pensavo, ha aperto tante finestre che prima non c’erano, scusa ma qual era la  domanda? Volevo ringraziare Jane Jacobs! (Sorridiamo con Stefano, quindi  riprende il filo)
Un “vicinato efficiente” è quello che riesce ad ottenere tanto dall’essere un vicinato,  rispetto all’essere individui separati gli uni dagli altri. Questo vuol dire che un  ‘vicinato efficiente’ può ridurre di molto i costi dello stesso vicinato, perché può  trovare dei modi per condividere la stessa automobile, dei luoghi all’aperto dove  mangiare insieme: quello che proponiamo con il nostro progetto sono degli spazi di  condivisione, delle stanze comuni che rendano anche più economica la vita.
Se voglio vedere un film a casa come se fossi al cinema, devo comprare un grande  schermo molto costoso. Se voglio, invece, vedere un film in piazza, con un unico  schermo io e tutti i miei vicini possiamo vedere lo stesso film, come se fossimo al  cinema. Chiaramente un’ipotesi del genere, riduce di molto la spesa.
Se s’investono delle energie nella piazzetta di vicinato, e nei dintorni della piazzetta,  tutti avranno in risposta un luogo “bello da vivere”; quindi riqualificando un luogo  solo, si avrà un luogo bello per tutti, questo è un investimento altissimo, anche  come risposta all’attualissimo tema del degrado. Se sarà un luogo che funziona e  che sia piacevole da vivere da un punto di vista architettonico e di frequentazione,  una grande quantità di persone riuscirà a fruirne e saranno proprio gli stessi  interessati a renderlo un luogo “non degradato”.

Quindi non si tratta solo di un progetto architettonico, è qualcosa di più?
L’idea di costituire un’associazione culturale nasce proprio dal desiderio di portare  avanti non solo dei progetti architettonici, ma un modello culturale che abbia a che  vedere con lo spazio pubblico e quindi con la promozione di una socialità, che sia finalizzato a dare spazio a logiche di relazione umana, piuttosto che a logiche  economiche. 
E’ un progetto di democrazia!

Approfondimenti:
Associazione centrotrecento