E’ ritornata al Valle, qui da dove il viaggio è cominciato 15 anni fa con lo spettacolo di fine corso della Paolo Grassi di Milano, Serena Sinigaglia .
Oggi responsabile dell’Associazione Teatro Indipendente di Ricerca di Milano, gestisce il Teatro Ringhiera, una delle realtà teatrali più stimolanti sul territorio milanese, situato in una zona popolare come popolare è il suo teatro, quello in cui gli attori sono già sempre sul palco quando il pubblico arriva e non esistono sipari che li dividono dagli spettatori.
Una trilogia di spettacoli, quelli andati in scena al Teatro Valle di Roma, in cui troviamo “Incontri con epoche straordinarie”, “DiaDainConSuPerTraFra Shakespeare” e “Romeo Giulietta”.
Romeo e Giulietta è interpretato per gran parte dagli stessi attori che furono con lei anche per il suo primo spettacolo, compagni di Accademia, ai quali si aggiunge la ricerca forsennata di una traduzione dell’opera già fuori commercio nel 1996, di Salvatore Quasimodo, quella che le suggerì la madre romana in un caldo pomeriggio estivo di tanti anni fa..

Se i personaggi di Romeo e Giulietta sono quelli appartenenti al mondo delle idee, simbolo dell’amore assoluto, che non trova metafore nella natura accessibile, ma solo nelle stelle,
Serena Sinigaglia li fa invece scendere in terra, riuscendo a regalare qualcosa di nuovo ad una storia che già tutti conoscono, studiata sui banchi di scuola o ammirata nel film di Zeffirelli o in quello di Baz Luhrmann con Leonardo di Caprio.
Ad accogliere il pubblico, attori in bianco e in nero, i Montecchi e i Capuleti, che si posizionano tutt’intorno alla scena non appena si varca la soglia del teatro.
Un bimbo, accompagnato dalla mamma, è venuto al teatro ma ha l’aria un po’ annoiata. Eppure, eccolo sorridere non appena lo spettacolo ha inizio, si lascia catturare dall’attore dei Montecchi che parla di Romeo, che mette in guardia dagli altri attori in tuta nera, i Capuleti. Verona sono loro, loro e dei lenzuoli rosati tesi ai balconi che sono ora pareti, ora muri di strade.
Giulietta è bassina, minuta, estremamente sobria, con un abito bianco e a piedi scalzi, l’unica in abito bianco nella casa dei Capuleti dove, dalla nutrice al padre, sono tutti rigorosamente in nero; è bianca come i Montecchi, come Romeo, che vive trasognato con la maliziosa cugina e l’amico Mercuzio. Romeo è in preda a sentimenti leggeri, che descrive parlando alle lontane stelle, alla volubile luna, è guidato, come ogni quattordicenne, dal suo desiderio.
Sono divertenti questi Romeo e Giulietta, fanno sorridere.

Serena Sinigaglia, nella conferenza spettacolo di “DiaDainConSuPerTraFra Shakespeare”, parla del celebre balcone, segno di distanza, e la sua Giulietta interpreta la famigerata scena dall’alto di un panchetto di legno mentre Romeo è accovacciato, dalla parte opposta del palco, con i piedi per terra.
Lo spettacolo è dinamico, veloce, corale: ogni personaggio ha una storia da raccontare, c’è contatto fisico, vivo, i ruoli sociali che abbiamo loro assegnato cadono proprio per tale contatto, energetico; gli unici distanti tra loro, proprio nell’accezione che non vorrebbero, quella fisica,  sono Romeo e Giulietta.
Il verso dell’allodola li divide nel momento in cui riescono a trovarsi e i loro corpi potranno davvero crollare uno sopra l’altro davanti al pubblico solo all’apice della tragedia, ma non vivi; in questa scena esistono solo loro, mentre gli altri personaggi non sono che ombre, fantasmi che l’ineluttabile destino non può che far sparire dietro le rosate lenzuola:“due famiglie disarmate di sangue si schierano a resa e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”, cantava Fabrizio De Andrè.

E proprio De Andrè, Battiato, i Beatles, sono fedeli accompagnatori del viaggio che la trilogia di Serena Sinigaglia ha presentato al Valle, legati a volte alla loro epoca, come in “Incontri con epoche straordinarie (1943, 1968, 1989)”, ma allo stesso tempo “atemporalizzati” e universali se infilati nel testo di Shakespeare o tra le lettere di condannati delle Seconda Guerra Mondiale.
Gli attori di Serena Sinigaglia, nel vestire i panni dei loro personaggi, impressionano per la loro capacità di non perdere mai il contatto con il pubblico, trascinandolo in un dialogo “tra pari” e riuscendo a sorprenderlo con una gestione eccelsa del proprio corpo nello spazio scenico dei duelli senza mai perdere quell’idea di quotidiano, di naturale.
In un teatro che troppo spesso ci mette davanti a suntuose scenografie, che sembra non avere altro obiettivo che quello di ipnotizzare l’occhio, spettacoli come questi cercano invece di afferrare lo spettatore per i capelli facendolo reagire emotivamente.
Fa sentire il male del coltello con cui si uccide Giulietta, fa gelare il sangue al racconto dei manicomi prima della legge Basaglia, racconta gli anni Settanta, dell’interesse collettivo coincidente con l’interesse individuale, fa sentire con la mente il rumore delle borse della spesa di Anna Politkovskaja, quando viene uccisa entrando in casa solo pochi anni fa.

Approfondimenti:
www.atirteatro.it
www.teatrovalle.it